Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare: 
quella che si fa per via di porre, è simile alla pittura

Add and Remove: sembra di sentire l’eco traslata di riflessioni michelangiolesche nelle parole che fanno da cornice alla seconda edizione della collettiva presentata allo spazio Art.Lab, ma d’altronde il processo della creazione, per quanto mai decifrato, procede proprio in questo modo: per via di levare e porre, attraverso un movimento a doppia elica sulle immagini. Ciò che appare comune alle opere dei sei artisti in mostra risiede non negli esiti formali, ma nell’approccio al mondo dell’immagine che nel contemporaneo ha visto accelerarsi una trasformazione in atto già da secoli: l’immagine ha acquisito uno status autonomo, slegandosi dai concetti di icona o rappresentazione, senza più frapporsi tra l’uomo e il reale. La società delle immagini, quale prodotto dell’universo mediatico, non è altro che la società del simulacro.
David Freedberg scriveva che le immagini devono compiere un percorso obbligato di consacrazione, perché il loro potere sullo spettatore venga confermato: alcune realizzate per specifici contesti acquistano la loro forza solo dopo la consacrazione; altre, direttamente rinvenute nella realtà, sono già portatrici di un’essenza divina e la legittimazione è atta a confermarne un valore insito.

È il caso degli oggetti e dei luoghi miracolosi, come la grotta di Lourdes, ben riconoscibile nell’opera Grotto of the old mass (2010). Mark Ryden sembra però procedere a ritroso, prelevando due immagini da contesti diversi della cultura popolare: la grotta sacra e Abraham Lincoln. Una ninfa-bambina prega difronte a un enorme tchotchke che raffigura la testa di Lincoln: a ben vedere la rappresentazione non vuole essere dissacrante né provocatoria, ma solo mettere in scena con un gioco ironico di sostituzione due icone già mercificate e svuotate di senso. In Girl sleeping on a yak (2010) al contrario le suggestioni derivanti dalla mitica figura della divinità indiana Durga si mescolano con il mondo onirico dell’artista, da cui proviene il personaggio dello yak con la bambina a cavallo: l’animale rivestito di bianco in un paesaggio nevoso rimanda alla spiritualità, in quanto immagine emersa dalle profondità dell’inconscio.

Stefania Santarcangelo invece si rivolge al passato, recuperando diacronicamente dalla tradizione dell’arte occidentale l’Ofelia di Millais (Ophelia, 2012), il ritratto di profilo tipico delle corti italiane e ancor prima della medaglistica imperiale romana (Hanging on to reality, 2012), l’immagine apollinea dell’arciere in procinto di lanciare la freccia (Rising, 2012). Attraverso la rielaborazione digitale di scatti fotografici, sostituisce il significato delle iconografie antiche con i temi della femminilità e del ciber­netico. Solo il rosso a tratti colora di vita queste immagini, dove le figure umane appaiono intrappolate in ingranaggi connessi più con i meccanismi della mente che non con l’iper-tecnologia.

Francesco De Molfetta lavora in maniera ironica con frammenti visivi e verbali della cultura pop, recuperando quel modo tagliente di mettere in relazione parole e immagini, appartenente più a Duchamp che non all’arte concettuale. Così i Quadranti – non vedo l'ora (2009) diventano cornice e titolo degli amanti, mentre Lamante (2003) scala la lama di un enorme coltello; c’è una Pillola (2005) in meno nella scatola - la misteriosa sigla W75 che si intravede su alcune capsule sta ad indicare in realtà un farmaco usato per l’ansia e la depressione - ma l’uomo prende il suo posto, o per meglio dire la pillola prende il posto dell’uomo.De Molfetta sdoppia e sgretola i significati, crea ossimori emotivi tra forme, colori e personaggi che sembrano provenire dal mondo dei giocattoli industriali e l’ironia disincantata della mise en scène finale.

Eloise Ghioni al contrario vuole recuperare l’essenza delle immagini, andando indietro, ancora più indietro, fino alle coppelle del Neolitico, il cui significato è ancora oggi oscuro. Escavazioni emisferiche del terreno legate a culti ancestrali, forse per raccogliere acqua o sangue sacrificale, in taluni casi speculari alle costellazioni (che pure tornano in altre opere dell’artista). A ogni modo è la circolarità l’elemento recuperato da questi resti del passato, in quanto forma archetipale e quindi universale (Granite e Senza titolo, 2010). L’astrazione e la razionalizzazione di linee e colori (Senza titolo, 2010) rendono i suoi lavori indecifrabili, facendo sì che le immagini finali non siano mercificabili.

L’alterazione di forme derivanti da suggestioni dell’infanzia e dal mondo mitologico e la deformazione espressionistica caratterizzano l’immaginario visivo di Franco Losvizzero. I suoi disegni e dipinti, eco di scarabocchi infantili, si popolano di creature imperfette e informi, esseri ibridi, in parte uomini e in parte animali (La dama del circo, 2012) o vegetali (La testa floreale, 2012), che diventano emblemi della parte più istintiva e selvaggia nascosta dentro di noi. Attraverso un disegno immediato ed essenziale (City Mors, 2012), talvolta attenuato per dare spazio all’espressionismo cromatico (Angelo sul carro blu, 2012), Losvizzero si abbandona a un automatismo di ascendenza surrealista che non prevede ripensamenti e cancellature (Il gigante selvaggio, 2012). Nelle sue opere a tecnica mista su carta sembra emergere la spontaneità di un bambino, che sottrae l’immagine al controllo della ragione e fa dell’arte un processo metamorfico diretto al superamento del reale.

Immaginazione che supera la percezione: un binomio alla base anche della riflessione di Mauro Vitturini. Impasse (2012) è suono diventato oggetto attraverso la decostruzione e lo svelamento del processo tecnico alla base (un altoparlante rudimentale portato alla sua essenza, una calamita, una bobina di rame) e l’uso di segni intersemiotici che rivelano l’aspetto linguistico-concettuale del lavoro dell’artista. Oltrepassare l’immagine ‘imposta’ per giungere a una conoscenza individuale, a un piano archetipico dell’oggetto cui il suono si riferisce, per abbandonarsi all’immaginazione, libera da vincoli visivi. Il suono diventa percezione non percepita, qualcosa che esiste e occupa uno spazio preciso ma non si vede: una parete bianca (Sound#07 e Sound#10, 2012) che, come la tela di Paolini e la linea di Kandinsky, ‘viene liberata dal fine di designare una cosa e funge essa stessa da cosa’, rivelando il suo suono interiore.

Dal dominio dei simulacri fino alla loro negazione, il percorso suggerito da Add and Remove 2 conduce un’attenta riflessione sui momenti di cambiamento del linguaggio artistico che spesso, durante le fasi di transizione culturale, restituiscono gli esiti visivi più interessanti.

Testo critico a cura di sguardo contemporaneo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco De Molfetta | Non vedo l’ora, 2009  tecniche miste , ed. 30, 25 x 20 x 4 cm. 1000 Euro

 

MARK RYDEN | Girl sleeping on a yak, 2010 digital pigment ink prints, 25,4 x 33,2 cm, firmata e numerata dall'artista ed5/50. 1800 Euro

MARK RYDEN| Grotto of the old mass, 2010 digital pigment ink prints, 25,4 x 33,2 cm, firmata e numerata dall'artista ed. 50. Collezione Privata

MAURO VITTURINI | SOUND#7, 2012 Stampa Lambda, 40 x 60 cm, ed. unica. Euro 600